“Ripetiamoci spesso due cose: anzitutto, che l’atto di creare è il punto culminante della vita intellettuale; poi, che vale la pena di vivere per portare qualcosa di nuovo. Inventiamo per essere e per meritare di essere: ornando l’esistenza, l’originalità la giustifica”.
Henri -Frédéric Amiel, Grani di miglio, 1854
Nel fare arte, nel caso specifico dello scolpire il marmo, può esserci una grande soddisfazione nonostante la sofferenza e la fatica che si prova. La sofferenza, intesa come un parto difficile, un travaglio, per raggiungere determinati risultati. Soffrire durante il duro lavoro che comporta lo scolpire, faticando fra polvere e sudore.
Questo imoegno è psicofisico. Nella fase intellettuale che precede lo scolpire, le idee si moltiplicano così come le aspettative. Un periodo tormentoso, dove il tempo scorre in modo particolare, dove in ogni luogo e in qualsiasi momento possono giungere nuovi dettagli e nuove visioni ampliando il nostro progetto iniziale.
Sì, forse questa ultima fase è la più sentita, quella che grava maggiormente sul vissuto dell’artista pur creando un forte slancio vitale, mantenendolo attivo e mentalmente ricettivo. Come radio che si sintonizzano su frequenze invisibili per poter identificare tutti i messaggi che vagano intorno a noi.
Quando si cerca di trasmettere e trasferire sul marmo una parte di noi, un’idea, questo processo diviene particolarmente difficile e doloroso e tanti sono gli elementi che entrano in gioco per orchestrare il tutto nel modo migliore. Lo sforzo è particolarmente intenso anche perché nulla vorremo lasciare al caso. Anche una sfumatura mancata della nostra idea, quella sottile sensazione di non aver ancora raggiunto il progetto che è dentro di noi, crea una dimensione percettiva tesa e ricettiva, sotto pressione. Queste emozioni contrastanti possono essere un veicolo potente durante la creazione. Occorre mantenerle sempre ad un livello equilibrato, perché così come possono alimentare la creatività e fungere da combustibile, possono anche destabilizzarci e rendere il lavoro molto difficile.
In fin dei conti l’arte è tormento.
Anche un parto è una grande sofferenza per una donna ma poi scaturisce un figlio, che è un dono, una nostra co-creazione con la natura, il frutto di un lungo periodo di gestazione. Il vero impegno artistico è nel concepimento, nell’idea, nel progettare un determinato risultato. Questa fase può durare giorni, mesi o anni. Durante il giorno, e anche la notte, l’idea si rivela già nella sua interezza, nei minimi dettagli come se fosse già presente nella realtà. In quei momenti si determinano i dettagli e le sfumature. Sono attimi intensi in cui l’opera già finita ti passa davanti, nella mente, fra ripensamenti e messe a fuoco in un crescendo emotivo, un combattimento dell’anima.
La scultura finita, il passaggio dall’idea alla materia del marmo suggellerà questo impegnativo percorso cognitivo. La scultura è una conseguenza di tutto questo percorso. E’ impossibile non scorgere in tutto questo la bellezza della vita, prendendo coscienza che il dolore e la sofferenza fanno anch’essi parte dell’orchestrazione armonica dell’esistenza.
Tutto questo porta alla bellezza, al risultato finale che si incarna nell’opera d’arte, nel duro marmo scolpito.
Antonio Amoruso
In foto: Nelle mie mani, Antonio Amoruso, Marmo di Carrara Cava di Michelangelo, cm 12 x 16 x 25, 2016