Arte in co-proprietà: l’arte venduta in quote

Oggi le opere d’arte “frammentate”, “a pezzi”, vendute in quote, stanno diventando la normalità all’interno del mercato dell’arte: l’opera viene acquistata da una collettiva di acquirenti che comprano singolarmente una parte, una quota del suo valore globale.

Molti acquirenti di opere d’arte si aggregano nell’intento di acquistare collettivamente un’opera ambita, il cui prezzo magari non sarebbe propriamente alla portata di tutte le tasche. Ecco allora che le soluzioni sono sempre più a portata di mano, e con poche decine di euro è possibile divenire co-proprietari di un’opera del valore di centinaia di migliaia di euro.

Le opere che vengono coinvolte in queste operazioni non sono solo quelle dei nuovi alfieri dell’arte, ma anche opere di artisti del passato, noti, famosi e già inseriti a pieno titolo nella storia dell’arte.

La “condivisione” nell’acquisto di un’opera d’arte è un’idea nata dalla start-up italo-francese Feral Horses.

L’opera acquistata per quote spesso continua a circolare, viene esposta, orbita nei musei più importanti del mondo, viene magari rimessa in vendita con importanti guadagni per tutti quelli che hanno partecipato all’operazione sin dal principio. Si tratta di una importante rivoluzione all’interno dell’ambito dell’investimento in arte.
Questa forma di acquisto pro-quota rende possibile l’accesso alla sfera “alta” del mercato dell’arte anche a chi precedentemente non se lo poteva permettere e migliorare le possibilità di guadagno. Il valore di un’opera viene stabilito dall’artista e diviso in quote acquistabili singolarmente. L’investitore poi potrebbe desiderare di rimettere in vendita la propria quota, aumentandone il valore oppure attendere che l’opera sia venduta interamente ad un singolo che liquiderà tutti i partecipanti.


E’ una svolta, questa del mercato classico, che permette di fare considerazioni che esulano dall’economia dell’arte e ridefiniscono anche un nuovo approccio al concetto di collezionismo.

Infatti chiaramente chi partecipa a questi acquisti collettivi non può toccare, ne vedere ne contemplare l’opera all’interno della propria casa o nel proprio salotto. Cambia completamente il concetto di possesso e non c’è spazio per quei sentimenti romantici che avvolgono la dimensione del collezionista classico, che ama rimirare l’oggetto del proprio desiderio, possederlo fisicamente, toccarlo.


Nel 2018 fece a suo modo scalpore il caso dell’opera “Homebus Hominem” dell’artista Jago, del valore di 205.000 euro, messa in vendita per quote durante la Paratissima di Torino e acquistata da oltre 600 persone con contributi minimi di 20,00 euro.

Poi ci fu il caso sorprendente della Cina, dove un Michelangelo venne venduto “per azioni”. Una nota società cinese acquistò l’opera a 75 milioni di dollari,  pagandola con l’emissione di 7,5 milioni di nuove azioni dal valore di 10 dollari l’una.

Dopo questa azione, che sembra puramente pubblicitaria, di puro marketing, la società ebbe una crescita delle proprie azioni del 47%.


L’argomento è denso, pieno di risvolti che non riguardano solo la sfera economica, ma chiaramente come riflesso, esprime una visione più globale dell’uomo e del nuovo approccio alla materia dell’arte e non solo. Il fatto stesso di non possedere fisicamente l’opera, ma una piccolissima parte di essa, che viene poi scambiata e nuovamente frammentata, ricompattata all’interno di una dimensione sempre più liquida e impalpabile, virtuale e immateriale, ridefinisce anche il rapporto fra arte, la fruizione e il possesso.

(per approfondire l’argomento segnalo questo interessante Link )

https://www.we-wealth.com/news/pleasure-assets/opere-darte/arte-per-azioni-michelangelo-cina

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