Inno alla trasformazione – 2°

Nell’ultimo secolo, la società in cui viviamo ha progressivamente ospedalizzato il dolore e la sofferenza, relegando la loro immagine e il loro vissuto nelle asettiche corsie degli ospedali.

La morte e il dolore sono stati allontanati dai nostri occhi e in qualche modo abbiamo deciso coralmente che era giusto così.

Abbiamo potuto continuare a correre nelle nostre vite frenetiche senza che i cattivi pensieri ci raggiungessero, frenando la corsa e rendendola più incerta.

Forse la nostra coscienza collettiva, quella propria della specie, ci richiamava verso quel rapporto trascurato, ma oramai questo legame sottile si era spezzato.

I segni antropologici di questa lacerazione sono piuttosto evidenti: abbiamo una profonda paura della sofferenza e della morte. 

Abbiamo interrotto molti  gesti e  rituali che ci consentivano di dialogare con questo emisfero magico ed arcano.

L’occidente ha sviluppato fobie e paure più che ancestrali verso tutto ciò che può intaccare la sua integrità. 

Un più sano rapporto con esse, permetterebbe di prendere coscienza che viviamo solo l’attimo presente, che siamo caduchi e impermanenti e questo determinerebbe un più sano rapporto con la vita.

L’arte tuttavia non ha mai voltato lo sguardo sottolineando spesso le contraddizioni e fungendo da ponte fra questi due poli. Il linguaggio artistico ha continuato semmai a segnalare l’urgenza di una riconciliazione fra la vita e la morte.

Genzanella Marco

Fine 2° parte

continua…

Nell’immagine una fase di lavorazione della scultura in marmo.

Nella terza parte del blog pubblicheremo l’opera terminata.

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