“Arriviamo a comprendere fino in fondo gli esseri umani ai quali siamo uniti da un vincolo indissolubile soltanto nell’attimo della loro morte”. (Sándor Márai)
Nella storia dell’arte il tema del trapasso è stato affrontato esteticamente in molteplici modi.
Antonio Amoruso si accosta al tema della rappresentazione della morte attraverso un’opera cardine all’interno della sua produzione.
Alla morte del padre, nel 2011, l’artista è al suo capezzale e lo sta accompagnando negli ultimi istanti della sua vita.
L’esperienza è molto forte e l’artista ne rimane profondamente toccato. Nei giorni successivi sentirà l’esigenza interiore di rivivere quel momento, di interpretarlo estraendolo da un blocco di marmo. La scultura si intitolerà Agonia. Un’ opera in marmo atipica per l’impostazione visiva espressionista e allucinata.
In alcuni periodi storici la tematica del trapasso emergeva soprattutto dal lato simbolico e spirituale a sfavore della rappresentazione visiva ed estetica; in altri la resa del dato reale e l’aderenza al vero emergevano maggiormente, insistendo sul lato truculento e viscerale.
Prima di morire, alcune persone appaiono irrequiete, agitate e confuse.
L’organismo è attraversato da stati febbrili e dolorosi.
Il sonno è alterato così come la veglia.
Essere al capezzale di una persona che si incammina verso il decesso può essere per lei di grande conforto. Infatti, anche quando è incosciente può comunque continuare a sentire le voci e la presenza. Alcuni studi approfonditi hanno rilevato come l’udito rimanga un senso molto sviluppato anche in questi momenti delicati e spesso presente sino alla fine.
Spesso, adagiata su un letto d’ospedale, non è in grado di comunicare le proprie sensazioni e dolori e le motivazioni dell’angoscia che l’attanagliano. Questa condizione è nota come “irrequietezza terminale” e si manifesta per lo più negli ultimi giorni di vita. Solitamente è consigliabile accompagnare la persona in questi momenti delicati facendole percepire la presenza dei propri cari.
Prima del decesso cambia la respirazione, che può farsi affannosa, rallentare o velocizzare. Questo fenomeno è noto come respirazione Cheyne-Stokes ed è molto comune in fin di vita.
Quando sopraggiunge il decesso, cessa la respirazione e il battito cardiaco. La persona, non risponde più ad alcun stimolo e la bocca potrebbe rimanere aperta. Gli occhi, sbarrati, potrebbero fissare un punto e le pupille apparire dilatate.
Attraverso i secoli, la rappresentazione della morte muta e continuerà a farlo, sempre dialogando con la cultura e l’approccio spirituale del tempo.
Dalle immagini cristiane di martiri e supplizi, sino ad arrivare alle raffigurazioni più contemporanee, le opere d’arte hanno sempre saputo mostrare il rapporto dell’essere umano con essa, conflittuale o accogliente.
Esemplare a questo proposito è l’opera fotografica del DR. Killian.
Negli anni “30 del “900, il medico chirurgo, decise di affrontare e rappresentare il tema dell’agonia e della morte attraverso la fotografia, ritraendo persone sul punto di morte.
Appassionato di questa arte, utilizzò il medium della fotografia per creare un album, divenuto poi un libro. Il volume, un’opera controversa in bilico fra scienza e arte, venne intitolato Facies Dolorosa Das schmerzensreiche Antlitz (“l’aspetto del dolore”); 1934.
Il libro conteneva 64 fotografie di persone ricoverate all’ospedale dell’Università di Freiburg, ritratte nei loro letti: alcune agonizzanti, altre appena decedute.
L’opera suscitò molto clamore, poiché emergeva chiaramente la curiosità psicologica del Dottor Killian nel voler “guardare” quei momenti delicati, empatizzando con i pazienti attraverso l’obbiettivo e cercando di penetrare il dramma e la sofferenza, l’estasi e l’incanto.
La fotografia, in un nitidissimo e lucido bianco e nero, registrava pallori allarmanti, orbite infossate e pupille dilatate. I Volti e i corpi apparivano in tutta la nuda verità: morenti.
Osservandole si percepisce la sofferenza delle membra, delle epidermidi e dei tessuti.
La fine si avvicina e le persone ritratte ne sembrano coscienti, forse anche per la presenza dell’obbiettivo, che fissano intensamente. È Il lato psicologico, quello che colpisce maggiormente, di questi ritratti di morenti.
Nel fruire queste immagini i pensieri ci assalgono e c’immedesimiamo in maniera profonda, sincera, non potendo fare altrimenti.
In qualche modo la morte è una certezza.
In fin dei conti la stessa sorte è destinata ad ognuno di noi. L’osservatore si specchia in questa condizione e inevitabilmente forse questo è ciò che spaventa.
È impossibile non rimanerne turbati, affascinati, a volte stupefatti e meravigliati.
Colti nella vertigine che si spalanca, immedesimandosi e sapendo che si è di fronte ad un evento da cui non si ritorna, dove si deve procedere per forza.
Sono tematiche intense, che possono essere interpretate e osservate attraverso una moltitudine di approcci: culturali, filosofici, antropologici, religiosi…
Per Amoruso, la raffigurazione del padre morente è frontale, in primo piano, adagiato sul cuscino del letto.
Un primo piano però sbilenco realizzato attraverso una prospettiva visiva che va dall’alto al basso, a volo d’uccello. Questa linea prospettica, visuale, crea un peso, una sensazione di costrizione del busto verso il basso. La testa, invece pare svettare verso l’alto come a librarsi, alleggerita. Le linee visive sono costruite sapientemente per creare la sensazione di un’ascesa vettoriale verso l’alto.
La dipartita del padre fu per l’artista un’esperienza terribile per quanto piena di messaggi e intuizioni.
Occorre coraggio per accettare di entrare in questa forza trasformativa, coglierne il passaggio, carpirne l’energia e desiderare di materializzarla in un’opera scultorea.
Nella scultura si percepisce la metamorfosi del corpo animico più che la fine di quello fisico: l’inizio di una nuova vita che si manifesta come un lampo, un attimo d’illuminazione.
Il marmo dal canto suo è reso lucidissimo, levigato sino a rifrangere la luce. Ne deriva un’atmosfera calda e luminosa, pacata e serena. Il dramma viene stemperato da una serena accettazione.
La scelta stessa di bloccare l’attimo del trapasso, quel preciso momento in cui tutte le membra si tendono in un culmine espressivo, è molto toccante, commovente.
La bocca spalancata del morente, appare come una sintesi simbolica, un ultimo respiro, l’ultimo istante condiviso. Poi il vuoto…
Amoruso nel delineare le forme adotta un linguaggio segnico scarno ed essenziale, per poi intessere una fitta trama di dettagli sulla loro superficie.
I Nervi, i muscoli e tendini divengono veicoli significanti per esprimere la tensione del corpo e dell’anima, per concertare lo spasmo finale.
In questa opera è contenuta una vera e propria fusione fra significante e significato.
Una fusione che però allo stesso tempo la detona, la deflagra in mille rivoli di nuove intuizioni interpretative.
Nonostante il tema sia travagliato e di difficile gestione, Amoruso riesce a renderlo accettabile, affascinante e conturbante.
Come bambini curiosi che sperimentano la paura per meravigliarsi, non riusciamo a distogliere lo sguardo desiderando vedere fino in fondo come andranno le cose.
“allora è così che si muore?”
C’è una vaga sensazione che alleggia intorno alla scultura, qualcosa che ha a che fare con il concetto di sublime, nell’accezione romantica. La morte di un caro può infatti rivestirsi di un carattere lirico, soprattutto quando si stempera nei ricordi del passato.
In questa dipartita scultorea si respira speranza e gioia nella trasformazione del sè.
È il vecchio che muore per far nascere il nuovo.
Marco Genzanella
Opera
Antonio Amoruso, Agonia,
Marmo della Cava Michelangelo,
Cm 62 x 43 x h 24,
2011






