Vanitas vanitatum et omnia vanitas

“Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l’uomo possa dire; l’occhio non si sazia mai di vedere e l’orecchio non è mai stanco di udire. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c’è nulla di nuovo sotto il sole”.

Ecclesiaste I

La vanitas, nell’arte, è solitamente una natura morta con elementi simbolici e allusivi al tema della caducità e precarietà della vita.

“Vanitas vanitatum et omnia vanitas”

Questo tema ritorna velatamente anche in certe composizioni floreali dello scultore Antonio Amoruso.

La scelta delle tipologie botaniche raffigurate non sono casuali, poiché ogni fiore ha un proprio linguaggio, uno specifico significato simbolico e allegorico.

I fiori della calla erano per la cultura greca, simbolo di femminilità e prosperità.

Amoruso raffigura e registra nel duro marmo, la delicatezza e la bellezza momentanea di un mazzo di calle recise e unite da un legaccio. I fiori, alcuni erti e altri sul punto di appassire, si mostrano in tutta la loro sinuosa e candida delicatezza. Le linee di forza visive e la composizione, creano percettivamente una sensazione di moto ascendente verso destra, verso il basso. Una forza, che sembra trascinare l’effimera bellezza dei fiori verso il naturale deperimento. La bellezza è passeggera, effimera sotto certi aspetti, momentanea. Forse per questo Antonio Amoruso scava nel marmo questo delicato passaggio dell’esistenza.

I fiori, nella loro decorativa composizione, non sono che un pretesto, un simbolo, una riflessione filosofica.

La natura osservata e indagata, viene sintetizzata nel suo ciclo vitale, mantenendo integra l’armonia e la bellezza, fuori da ogni valutazione etica e morale. Semmai lo scultore sembra suggerirci che la perfezione e l’equlibrio si trovi nell’attimo, nella capacità di percepirlo.

L’accettazione del dato biologico e dell’impermanenza diviene così un inno alla vita stessa e alla rinascita continua:

la caducità di tutte le cose, la Vanitas latina, lo sfiorire e il rigenerarsi dell’esistenza.

Marco Genzanella

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